La biblioteca di mezzanotte | Matt Haig

E se…

Se c’è un espressione che a un certo punto abbiamo usato tutti, ma proprio tutti è questa: e se. E se avessi accettato quel lavoro, e se avessi chiuso prima quel rapporto che mi faceva solo soffrire, e se fossi stata più coraggiosa e se avessi detto no, insomma tutte frasi che ci portano a una sola e unica domanda: come sarebbe la mia vita oggi?

Nora è stanca della sua vita che sembra essere arrivata a un punto di stallo. Ha un lavoro che non le piace, un rapporto inesistente con l’unico componente della sua famiglia ancora in vita e non ha nessuno al suo fianco. Se questa deve essere la sua vita tanto vale farla finita, motivo per cui una sera ingerisce una quantità spropositata di sonniferi e decide di darci taglio. 

Si ritrova in una sorta di limbo tra la vita e la morte, un limbo cha ha le fattezze di una biblioteca e dove tutti i libri presenti le offrono l’opportunità di vedere come sarebbe stata la sua vita in seguito a determinate scelte fatte. La curiosità è tanta e soprattutto c’è la voglia di scoprire che vita avrebbe avuto se avesse fatto scelte diverse: sarebbe stata felice?

Libro dopo libro Nora maneggerà tutti i suoi rimpianti e arriverà alla conclusione che nessuna vita può essere definita perfetta.

Tutto questo per dire che la vita è una meravigliosa e dannata incognita e che i rimpianti e i rimorsi fanno parte di questa assurda giostra che si chiama vivere.

  • Titolo: La biblioteca di mezzanotte
  • Autore: Matt Haig
  • Casa editrice: Edizioni E/O
  • Data di pubblicazione: 13 Agosto 2020

Il libro di Matt Haig, La biblioteca di mezzanotte, Edizioni E/O, è un libro che conquista il lettore fin dall’inizio e pagina dopo pagina mettiamo da parte la vita di Nora e ci concentriamo sulla nostra di vita pensando a quelle scelte che per mancanza di coraggio non abbiamo preso e a un certo punto diventiamo noi i protagonisti di questa storia. Mi capita di dire spesso che i libri su di me hanno lo stesso effetto di una seduta di analisi e infatti questo libro mi ha fatto pensare come nessun libro prima d’ora. Sono pentita di alcune scelte fatte nella mia vita? Certo. Sono felice di come stia andando la mia vita oggi? No, non lo sono. Ho la certezza che la mia vita sarebbe migliore se avessi preso scelte diverse? No, assolutamente no e questa cosa che siamo portati a pensare che scelte diverse significa scelte migliori e di conseguenza vita felice è solo un inganno che facciamo a noi stessi. Tutte le scelte che facciamo hanno delle conseguenze e tutte le scelte che facciamo portano qualcosa nella nostra vita. Quel cambio di rotta di un bel po’ di anni fa mi avrà tolto qualcosa, ma al tempo stesso mi ha dato altro e non vorrei essere fatalista, ma voglio pensare che è così che doveva andare e che le persone che oggi sono parte fondante della mia vita lo sono anche grazie a quel cambio di rotta.

Il processo Mitford. I delitti Mitford | Jessica Fellowes

Prendete Agatha Christie, aggiungete Downton Abbey e otterrete i delitti Mitford.

Mi sono imbattuta in questa serie nei primi giorni dello scorso anno e presa da una febbre che solo i bei libri fanno salire, ho divorato in men che non si dica i primi tre libri. A dicembre 2020 è arrivato in libreria il quarto capitolo Il processo Mitford, Neri Pozza e non potevo non leggerlo.

Facciamo un passo indietro e per chi non ha capito di cosa parlo dico che i delitti Mitford è la saga creata dalla scrittrice inglese Jessica Fellowes, nipote dell’acclamato autore britannico Julian Fellowes e autrice di alcuni libri che raccontano i retroscena di Downton Abbey divenuti dei veri e propri best seller in patria e non solo. Qualche anno fa ha dato il via a una nuova saga che mescola realtà e fantasia. Realtà, perché le protagoniste, le sorelle Mitford, hanno animato la scena britannica per molti anni a causa di alcune posizioni controverse che presero in campo politico. Nancy, Pamela, Diana, Unity, Jessica e Deborah sposarono chi le idee comuniste e chi le idee naziste in un particolare periodo storico. Fantasia, perché l’autrice ha deciso di affiancare alle irresistibili quattro sorelle un personaggio nuovo di zecca, la cameriera Louise Cannon che si ritroverà suo malgrado immischiata in un caso da risolvere il cui suo contributo sarà sempre determinante e fondamentale.

Con Il processo Mitford siamo nel 1932, Louise ormai è una donna felicemente sposata con il suo poliziotto Guy Sullivan e ha lasciato la casa dei Mitford dove lavorava come cameriera per seguire un corso da dattilografa. Succede che Diana prossima al divorzio da suo marito e in attesa di ufficializzare la sua unione con Sir Oswald Mosley, il fondatore dell’Unione britannica dei fascisti, decide di partire per una crociera con sua madre e sua sorella Unity per evitare pettegolezzi e chiede a Louise di accompagnarle e prestare nuovamente servizio per la famiglia. Inizialmente intenzionata a rifiutare gentilmente, Louise cambierà idea dopo che un uomo a nome del governo britannico le chiede di seguire Diana e annotare tutto ciò che può risultare sospetto e che potrebbe recare danno al Paese. Non potendo dire di no, Louise e le donne Mitford saliranno a bordo della Princess Alice per godersi la crociera se non fosse che le Mitford sono le Mitford e dove ci sono loro qualcuno purtroppo muore. Toccherà a Louise e al marito Guy risolvere il caso quanto più in fretta possibile.

Anche il quarto libro si conferma all’altezza dei precedenti con tutti gli ingredienti giusti che ammaliano il lettore. C’è un giallo da risolvere, ci sono dei personaggi precedentemente conosciuti che cambiano, nel bene e nel male e soprattutto c’è la fotografia di un Paese in bilico, da un lato attratto da nuovi ideali e dall’altro consapevole che quella nuova figura carismatica di cui tutti parlano, sir Adolf Hitler, potrebbe portare ben presto lo scoppio di una nuova guerra mondiale.

Come tutti libri di cui sono follemente innamorata non posso che chiudere con la frase: non vedo l’ora di leggere il prossimo.

  • Titolo: Il processo Mitford. I delitti Mitford
  • Autrice: Jessica Fellowes
  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Data di pubblicazione: 3 Dicembre 2020

Di libri che leggeremo a gennaio|

Bentrovate personcine belle e buon 2021 (scusate il ritardo). Non so voi, ma dopo una lunga pausa è sempre difficile per me riprendere le abitudini. Le mi letture vanno a rilento e la voglia di mettere nero su bianco le impressioni dei primi libri dell’anno letti al momento non c’è e quindi perdonate questo post fatto di chicchiericcio inutile, ma ogni tanto facciamoci prendere dalle futilità.

È mia abitudine nei primi giorni dell’anno appuntarmi le uscite più attese e interessanti che ci accompagneranno nei prossimi mesi e quindi questo post sarà una sorta di calendario delle uscite di gennaio che ho segnato sulla mia agenda e che spero davvero di leggere: prendete carta e penna e non dimenticate di prendere appunti.

Si parte il 7 gennaio con l’uscita dell’esordiente Carmen Barbieri per Feltrinelli con Cercando il mio nome, un romanzo che non ha paura di mostrare il dolore nella sua essenza e nella sua forma più cruda. Rimanendo in tema esordienti napoletani (perché lo sapete che per me gli scrittori napoletani so piezz’ e cor) il 19 gennaio arriva in libreria per Mondadori il romanzo di Gianluca Nativo Il primo che passa, il racconto della nascita di un amore giovane in una Napoli periferica che mostra come sempre da una parte il degrado e dell’altra la bellezza. Il 14 gennaio è il turno di Raven Leilani con Chiaroscuro targato Feltrinelli, romanzo che ho già avuto la fortuna e il piacere di leggere in anteprima e che racconta di questa generazione (la mia) che fa fatica a trovare il proprio posto sul mondo e Antonella Lattanzi con Questo giorno che incombe per Harper Collins, romanzo già in odore di Premio Strega che racconta un fatto di cronaca realmente accaduto.

Il 19 gennaio arriva per Einaudi il romanzo di Paolo Milone L’arte di legare le cose, un libro che si preannuncia forte e doloroso e che racconta come se fosse un diario personale la storia di un reparto di Psichiatria d’urgenza dove Paolo Milone ha lavorato per ben quarant’anni.

Il 21 esce per Ora che eravamo libere di Harriette Roosenburg, un best seller degli anni cinquanta che Fazi riporta in libreria, un intenso memoir sulle pagine più dolorose della nostra storia recente e dello stesso avviso il libro di Simon Stranger Il solo modo per dirsi addio che arriverà in libreria il 26 gennaio per Einaudi Stile Libero.

Per concludere il ritorno in libreria di due scrittrici che amo molto e cioè Mazo de la Roche che con La fortuna di Finch il 28 gennaio ci riporta nella splendida tenuta di Jalna (Fazi) e Mariapia Veladiano che il 21 gennaio torna con Adesso che sei qui per Guanda, una storia di affetti familiari e di donna che sanno amare.

2020, adiós | Qualche chiacchiera e la classifica dei post più letti dell’anno

L’ultimo post del blog di solito riguarda il bilancio dell’anno appena passato e mentre sono qui al pc a cercare di scrivere qualcosa mi chiedo: ma bilancio di cosa?

Facciamo cosi, prima di pensare a cosa scrivere vi lascio i dieci post più letti sul blog in questi dodici mesi, sempre di bilancio si tratta (e come sempre, grazie a tutti, se questo blog va avanti è merito di chi ogni giorno si prende del tempo per leggermi)

  1. Il treno dei bambini. Viola Ardone (Einaudi)
  2. Troppo freddo per settembre. Maurizio de Giovanni (Einaudi)
  3. Fiori per i bastardi di Pizzofalcone. Maurizio de Giovanni (Einaudi)
  4. I valori che contano. Avrei preferito non scoprirli. Diego De Silva (Einaudi)
  5. La città dei vivi. Nicola Lagioia (Einaudi)
  6. I delitti della salina. Francesco Abate (Einaudi)
  7. Le gratitudini. Delphine De Vigan (Einaudi)
  8. Inventario di un cuore in allarme. Lorenzo Marone (Einaudi)
  9. Giovanissimi. Alessio Forgione (NN Editore)
  10. Malinverno. Domenico Dara (Feltrinelli)

Il 2020 è l’anno da dimenticare, l’anno da cancellare, l’anno che non voglio più sentire nominare, invece qualcosa mi dice che sarà l’anno che rimarrà impresso nella nostra memoria a lungo. È stato l’anno in cui abbiamo familiarizzato con parole come lockdown, quarantena, zona rossa, DPCM e affetti stabili. È stato l’anno in cui abbiamo iniziato a commentare le affermazioni dei virologi come di solito commentiamo l’oroscopo di Paolo Fox: non capendoci niente. È stato l’anno in cui aspettavamo le conferenze stampa di Giuseppi Conte come si aspetta la prima serata di Sanremo (che succede? dov’è Bugo?). È stato l’anno in cui abbiamo dovuto mettere tutto in pausa: progetti, desideri, sogni. È stato l’anno in cui ci siamo sentiti soli, in cui tutte le nostre certezze sono crollate, l’anno in cui nessuno a un certo punto ha più creduto all’andrà tutto bene, perché niente è andato bene e tanto meno ne siamo usciti migliori.

Questo è stato l’anno più difficile in assoluto e credo di parlare a nome di molti. Per chi vive condizioni di precarietà, la pandemia è stata come la ciliegina sulla torta, in senso negativo ça va sans dire. Abbiamo preso i progetti e i sogni e li abbiamo messi in un cassetto a cui abbiamo dato due mandate, perché chissà quando potremmo riaprirlo. Quando mi sono messa al pc per cercare di scrivere qualcosa, l’intenzione non era quella di deprimervi, davvero, quindi adesso facciamo che cambio discorso e alleggeriamo i toni.

Come detto su, la pandemia ha rallentato tutto, ma qualcosina si è salvato. Il Maggio Dei Libri è andato in onda per sei mesi in forma digitale e ha cercato di coinvolgere quanti più lettori possibili: posso dire di essere fierissima di averne fatto parte in qualità di blogger per il terzo anno consecutivo? Certo che posso. (Sul sito del Maggio e su Il Libraio trovate anche me). Io Leggo Perché ha pagato le conseguenze della situazione, per cui non è stato possibile fare incontri in presenza: ci rifaremo il prossimo anno (anche se è stato un piacere collegarmi digitalmente con i ragazzi del liceo classico del paesello). Le presentazioni dei libri sono una delle tante cose che mi sono mancate e non vedo l’ora di poter assistere di nuovo agli incontri e di poterli organizzare, ma nel frattempo un ringraziamento speciale alle case editrici che mi hanno dato l’opportunità di poter parlare con gli autori anche solo di remoto (ma i filtri su Zoom li vogliamo mettere o no?).

A questo punto dovrei dire i buoni propostiti per il 2021, ma chi ce crede!

Buon anno, lettori. Ci leggiamo presto.

Napoli Mon Amour | Te piace o presepe?

Te piace o presepe?

Sembra di sentirlo Luciano De Crescenzo mentre veste i panni del professore in pensione di filosofia Gennaro Bellavista che spiega ai suoi studenti la differenza tra alberisti e presepisti. Quelli che amano l’albero sono uomini interessati al consumismo, quelli che amano il presepe sono uomini d’amore e di poesia e non è un caso, questo sempre secondo il professore, che il napoletano in quanto uomo d’amore è un presepista.

L’arte presepiale è una delle tradizioni più antiche della città che al presepe a ai suoi artigiani ha dedicato una strada nel centro storico, San Gregorio Armeno, le cui botteghe sono diventate celebri in tutto il mondo e sono meta turistica durante tutto l’anno. È una stradina piccola che nel periodo natalizio a causa dell’enorme folla è quasi impraticabile, ma quanto è bello spulciare tra le varie botteghe e curiosare tra le statuine. San Gaetano da Thiene viene indicato come l’inventore del presepe napoletano che diede inizio alla tradizione di allestirlo in casa durante il periodo natalizio.

In ogni presepe che si rispetti non dovrebbero mancare alcune figure considerate fondamentali come i due compari, Zi Vicienzo e Zi Pascale, personificazione del Vizio e della Morte, il pescatore che simboleggia il pescatore delle anime, la zingara, colei che prevede il futuro, i venditori che per correttezza dovrebbero essere dodici come i mesi dell’anno e ovviamente i tre magi che non hanno bisogno di spiegazioni.

Se penso al presepe non posso non pensare a quella che è diventata a tutti gli effetti un’altra tradizione natalizia napoletana che arriva direttamente dal teatro e dal genio di Eduardo De Filippo: Natale in casa Cupiello. Non so voi, ma a casa mia la sera del 24 è tassativa la visione dell’opera (tralasciando il terzo atto che non piace mai a nessuno). Il 25 dicembre 1931 è stata portata in scena per la prima volta e il resto è storia. La commedia è in divisa in tre atti e racconta i cinque giorni di festa della famiglia Cupiello. Si apre la mattina dell’antivigilia di Natale con Luca, il capofamiglia, il cui unico pensiero è portare a termine il presepe che sta costruendo nonostante la moglie Concetta e il figlio Tommasino lo criticano in continuazione. Come se non bastasse ci si mettono suo fratello Pasquale che non perde occasione per discutete con Tommasino, chiamato da tutti Nennillo e Ninuccia, la primogenita che non avendo mai amato il marito vorrebbe lasciarlo per scappare con il suo amante. Di questa seconda situazione il povero Lucariello è completamente all’oscuro e tutto il caos che ne conseguirà da tale scoperta sarà tragicomico.

C’è una scena della commedia in cui Concetta si fa male nel tentativo di prendere un capitone che era scappato e direi che siamo arrivati al punto piatti natalizi napoletani che non possono mancare. Il capitone è la tradizione che non può mancare sulla tavola il 24 insieme al baccalà e agli spaghetti con le vongole, mentre per i dolci struffoli, mustaccioli, susamielli e roccocò: non si scappa da tutto questo, guai a dire no, non mi piace.

E dopo cene e pranzi che durano ore cosa c’è di meglio che divertirsi un po’? Il gioco dei giochi natalizi è sua eccellenza la tombola che definirlo come un gioco di estrazioni di numeri è riduttivo e offensivo, perché la tombola a Napoli è una cosa seria. Fu Carlo III di Borbone che nel 1734 decise di ufficializzare il gioco del lotto, perché le scommesse clandestine toglievano denaro alle casse dello Stato, anche se frate Gregorio Maria Rocco lo riteneva amorale per i suoi fedeli. A spuntarla fu il Re che però acconsentì alla richiesta del frate di sospendere il gioco durante il periodo natalizio. Il popolo non volendo rinunciare decise di arrangiarsi come poteva e quindi crearono il famoso panariello dove all’interno c’erano i novanta numeri mentre su dei fogli furono create le cartelle.

Cari lettori di questa rubrichetta, vi auguro buone feste: ci leggiamo presto.